notturni di_versi 2009

Portogruaro (VE) 15-16-18 luglio 2009

Fossalta di Portogruaro (VE) 17 luglio 2009

 

in occasione della crisi : la crisi come occasione

notturni di_versi è un piccolo festival, ma articolato nel suo proporsi come luogo e laboratorio di ricerca per comprendere, percorrere e sfumare i confini tra le espressioni artistiche.
Il festival, che giunge nel 2009 alla sua quinta edizione, nel corso degli anni si è consolidato come uno degli appuntamenti più significativi tra le proposte culturali estive del territorio, coinvolgendo un pubblico sempre numeroso e proveniente non solo dal portogruarese, ma da tutto il Veneto, dal vicino Friuli e dalla Slovenia.
notturni di_versi è un festival di poesia, ma non solo, attorno ai vari eventi poetici (presentazioni di libri, reading, incontri con gli autori, mostra della piccola editoria) trovano infatti spazio anche spettacoli teatrali, concerti ed esposizioni, come Punti Luce, mostra di installazioni artistiche luminose. Tutto ciò contribuisce a trasformare, per tre notti di metà luglio, il Parco della Pace della Villa Comunale di Portogruaro in un luogo di particolare suggestione.
Quest’anno notturni di_versi giungerà anche nel Comune di Fossalta di Portogruaro, nella suggestiva cornice del Cortino del Castello di Fratta.
Nel corso degli anni hanno partecipato al festival centinaia tra poeti, musicisti e artisti di diversa provenienza (locali, nazionali e stranieri), affermati o alle prime esperienze, facendo così di questa manifestazione un importante luogo di incontro, di scambio e di confronto e creando anche una rete con altre realtà analoghe.

notturni di_versi è organizzato dall’Associazione Culturale Porto dei Benandanti di Portogruaro, in collaborazione con il Comune di Portogruaro (assessorato alla cultura), la Biblioteca Comunale N. Bettoni e con il coinvolgimento, nel corso degli anni, di altre importanti realtà del territorio come: Cooperativa sociale Itaca onlus, Associazione Italiana Tutela Salute Mentale, Centro di Salute Mentale di Portogruaro, Multimediart, Officine Duende.

Come ogni anno il Porto dei Benandanti propone agli spettatori e ai partecipanti al festival un tema di riflessione, un sottile filo rosso che attraversa i vari eventi, senza però divenire troppo invasivo, e che porterà fino a Voi ch’ascoltate…, l’ormai tradizionale evento conclusivo, un reading in cui i poeti partecipanti saranno invitati a “mettere in versi” la crisi. Il titolo scelto per quest’anno sarà infatti: “In occasione della crisi, la crisi come occasione”. Il tema può apparire scontato e, forse, persino banale di questi tempi, ma la decisione di proporlo nasce proprio dalla convinzione che sia necessario sottoporre a riflessione, anche attraverso gli strumenti dell’espressione artistica, un concetto che proprio in questi giorni rischia di divenire luogo comune, una parola consumata dall’abuso mediatico ma non sufficientemente meditata nella molteplicità dei suoi risvolti. La parola crisi è infatti tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario. In greco antico significa un gran numero di cose tra cui: separazione, scelta, giudizio. Il verbo, krino, vuol dire anche decidere. In medicina si parla di giorno critico o di giorni critici; è il momento in cui la malattia si decide: o precipita nella morte o s’affaccia alla ripresa. È il punto di passaggio, di svolta. Il termine riapparve nei sommovimenti enormi del ’700: nella rivoluzione francese, in quella industriale. La vera crisi, per Burckhardt, non cambia solo i regimi: scompone i fondamenti della società. Quel che la caratterizza è la straordinaria accelerazione del tempo.
La crisi è una condanna, ma anche un’occasione che ci trasforma. Nel Vangelo di Giovanni (5, 24) Gesù la raffigura come temibile: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita». Nella versione greca, andare incontro al giudizio è letteralmente «entrare nella krisis», nel processo.
Anche la crisi che attraversiamo oggi è «vera crisi»: momento di decisione, climax d’un male, e se ne abbiamo coscienza, occasione. Uscirne è possibile, purché non manchi la diagnosi: secondo Galeno, i giorni critici sono valutabili solo se l’inizio del male è definito con precisione.
Gli economisti non bastano a tale scopo, e ancor meno i politici. Spesso vedono le cose più da vicino i letterati, i filosofi, gli storici, i teologi, i medici. Se la società è un corpo - dagli esordi è la tesi dei filosofi - questi sono i suoi giorni critici: può morire o guarire, mutando forma e maniere d’esistere.

Accanto al tema portante, notturni di_versi continuerà, come nelle scorse edizioni, a dare particolare importanza alla poesia dialettale e soprattutto a valorizzare l’uso poetico, e non solo, della lingua veneta, intesa come strumento di vera comunicazione, di espressione culturale e veicolo d’incontro con altre lingue ed identità.
Inoltre all’interno del programma del festival un occhio di riguardo sarà come sempre riservato ai giovani, sia coinvolgendo giovani artisti come protagonisti attivi dei vari eventi, sia proponendo appuntamenti e personaggi particolarmente vicini al mondo giovanile (Le Luci della Centrale Elettrica, PIF...).
Infine, un altro dei punti di forza della manifestazione continuerà ad essere il coinvolgimento del mondo della salute mentale attraverso le collaborazioni con L’AITSAM e il CSM di Portogruaro, con lo scopo di contribuire alla diffusione della cultura dell’integrazione sociale.
 

 

La crisi come occasione

La parola crisi è tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: più che una parola, è albero dai rami incessanti. In greco antico significa un gran numero di cose tra cui: separazione, scelta, giudizio. Il verbo, krino, vuol dire anche decidere. In medicina si parla di giorno critico o di giorni critici: per Ippocrate (e per Galeno nel secondo secolo dC) è l’ora in cui la malattia si decide: o precipita nella morte o s’affaccia alla ripresa. È il punto di passaggio, di svolta. Il termine riapparve nei sommovimenti enormi del ’700: nella rivoluzione francese, in quella industriale. La vera crisi, per Burckhardt, non cambia solo i regimi: scompone i fondamenti della società, come avvenne nelle migrazioni germaniche. Quel che la caratterizza è la straordinaria accelerazione del tempo: «Il processo mondiale d’un tratto cade in preda a una terribile rapidità: sviluppi che solitamente mettono secoli a crescere, passano in mesi e settimane come fantasmi in fuga» (Jacob Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale).

Il concetto di crisi fu evocato con affanno sempre più frequente dopo il primo conflitto mondiale. Lo storico Reinhart Koselleck la chiama «cataratta degli eventi» e sottolinea il suo volto ambiguo: è una condanna, ma anche un’occasione che ci trasforma. Nel Vangelo di Giovanni (5, 24) Gesù la raffigura come temibile: «Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita». Nella versione greca, andare incontro al giudizio è letteralmente «entrare nella krisis», nel processo. Al tempo stesso crisi è intelletto all’opera, che redime: «L’uomo che non ha alcuna krisis non è in grado di giudicare nulla», scrive Johann Heinrich Zedler nell’Universal-Lexikon del 1737.

Anche la crisi che traversiamo oggi è «vera crisi»: momento di decisione, climax d’un male, e se ne abbiamo coscienza, occasione. Uscirne è possibile, purché non manchi la diagnosi: secondo Galeno, i giorni critici sono valutabili solo se l’inizio del male è definito con precisione.
Gli economisti non bastano a tale scopo, e ancor meno i politici. Spesso vedono le cose più da vicino i letterati, i filosofi, gli storici, i teologi, i medici. Se la società è un corpo - dagli esordi è la tesi dei filosofi - questi sono i suoi giorni critici: può morire o guarire, mutando forma e maniere d’esistere.

Pietro Citati individua la radice del male nella passione dei consumi: frenesia che descrive con parole deliziose, ironiche, sgomente, evocando la telecamera americana che nel 1952 riprese una massaia che s’aggirava nel supermercato (Repubblica, 3 dicembre 2008). La camera registra i movimenti delle sue palpebre ed ecco d’un tratto i battiti crollano davanti agli scaffali, fino a raggiungere la media di quattordici al minuto, da trentadue che erano: «Una media subumana, come quella dei pesci; tutte le signore precipitavano in una forma di trance ipnoide. Molte erano così ipnotizzate, che a volte incontravano vecchi amici e conoscenti senza riconoscerli e salutarli». Sono decenni che nuotiamo come pesci, gli occhi sbarrati, consumando senza fiutare la crisi: scriteriati. Questo ci ha cambiati profondamente. In America ha distrutto il risparmio.

Ovunque, politici e responsabili finanziari sbigottiscono davanti all’incanto spezzato (alla bolla scoppiata). Vorrebbero che la stoffa di cui è fatto - l’illusione - non si strappasse mai: perché le campagne elettorali son cucite con quei fili, vivono della chimera d’un progresso ineluttabile, senza costi. L’America dopo il Vietnam respingeva le guerre: le voleva «a zero morti». Poi ricominciò a volerle, ma «a zero tasse». Importante nell’ipnosi è accaparrare sempre più, anche se mancano i mezzi: l’ipnosi, restringendo la coscienza, è il contrario della crisi. In America finanza e politica estera sono «entrate nella crisi» simultaneamente. Il 7 agosto inizia la guerra georgiana, e pure i ciechi scoprono che Washington non può alcunché: ha aizzato Saakashvili, ma senza mezzi per sostenerlo. Esattamente un mese dopo, fra il 7 e il 16 settembre, scoppia la bolla finanziaria (salvataggio di Fannie Mae e Freddie Mac, poi bancarotta di Lehman Brothers, poi salvataggio di Aig). Per decenni si è sentito dire: ci sono compagnie troppo grosse per fallire. Era menzogna: non erano troppo grandi né Lehman, né l’impero Usa. Le bolle esistono nella finanza, in politica, nelle teste. Sono i giorni critici della nostra mente.

La trance ipnoide ha stravolto modi di vivere, di convivere con l’altro in casa e nel mondo. Ci ha chiusi nella sfiducia. Lo storico Andrew Bacevich lega tutte queste esperienze, e racconta come dall’impero della produzione l’America sia passata, ancor prima di Reagan, all’impero dei consumi (The Limits of Power, Metropolitan Books 2008). Nel tragitto si son perse (specie in America) nozioni fondanti: la nozione del debito, che nella nostra cultura non è senza colpa ed è divenuto un fine positivo in sé, incondizionato. La nozione della fiducia, senza cui ogni debito degrada. La nozione del limite. Il Padre nostro dice, in Luca 11, 2-4: «Perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore». In ebraico peccato e debito sono un’unica parola. La poetessa Margaret Atwood ricorda come il concetto di debito - essenziale nel romanzo dell’800: Emma Bovary si suicida perché un creditore non ripagato minaccia di rivelare il suo adulterio - sia oggi vanificato (Payback: Debt and the Shadow Side of Wealth, Toronto 2008). Soprattutto in America, le banche spingono all’indebitamento, più che a prudenza e risparmio. Scrive Zygmunt Bauman che un debitore che vuol restituire puntualmente (che «pensa al dopo») è sospetto: è «l’incubo dei prestatori». Non è «di alcuna utilità», perché il debito riciclato è fonte prima del loro profitto costante.

Ma il debito sconnesso da fiducia non è pungolato solo da banche o Wall Street. È un ottundersi generale dei cervelli, è l’ebete pensare positivo che il governante invoca con linguaggio sempre più pubblicitario, sempre meno politico. Main Street - che poi siamo noi, cittadini e consumatori - è vittima tutt’altro che innocente di Wall Street. Come nel Grande Crollo del ’29 descritto da John K. Galbraith, siamo affetti da una follia seminale (seminal lunacy) che accomuna potenti e milioni d’impotenti. Per questo è così vacuo il politico che incita a ricominciare i consumi come se niente fosse. Il suo dichiarare, i linguisti lo definiscono performativo: basta dire «la crisi non c’è», e la crisi smette di essere (le dichiarazioni performative sono predilette da Berlusconi). I politici sono responsabili, avendo ceduto a un mercato senza regole. Ora intervengono, ma senza curare la fonte del male. La crisi, cioè la svolta trasformatrice, è rinviata.

Naturalmente hanno le loro ragioni: il crollo dei consumi farà male. Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia, ricorda che comporterà disoccupazione dilatata, ulteriori cadute dei redditi e del valore delle case, aumento dei debiti, credito scarso. Ma qualcosa di non negativo può nascerne: un rapporto col debito più realistico e leale, una fiducia riscoperta, un consumo adattato alle possibilità (New York Times, 28 novembre).
Crisi vuol dire decidere, a occhi non sbarrati come la massaia del ’52 ma aperti: sul peggio sempre possibile, sulle bugie del pensare positivo, sulla duplice responsabilità verso la Terra che roviniamo, e verso i figli cui addossiamo i nostri debiti. Terra e figli sono i nostri discendenti: ignorarli perché i loro tempi son più lunghi dei nostri e perché non abiteremo il loro mondo (un mondo con meno petrolio, meno automobili) è senza dignità e chiude speranze altrui. Crisi è sottoporsi al giudizio, al processo. È ora che il processo cominci.

Barbara Spinelli                 La Stampa 07.12.2008