notturni di_versi
è un piccolo festival, ma articolato nel suo proporsi come luogo e
laboratorio di ricerca per comprendere, percorrere e sfumare i
confini tra le espressioni artistiche.
Il festival, che giunge nel 2009 alla sua quinta edizione, nel corso
degli anni si è consolidato come uno degli appuntamenti più
significativi tra le proposte culturali estive del territorio,
coinvolgendo un pubblico sempre numeroso e proveniente non solo dal
portogruarese, ma da tutto il Veneto, dal vicino Friuli e dalla
Slovenia.
notturni di_versi è un festival di poesia, ma non solo,
attorno ai vari eventi poetici (presentazioni di libri, reading,
incontri con gli autori, mostra della piccola editoria) trovano
infatti spazio anche spettacoli teatrali, concerti ed esposizioni,
come Punti Luce, mostra di installazioni artistiche luminose. Tutto
ciò contribuisce a trasformare, per tre notti di metà luglio, il
Parco della Pace della Villa Comunale di Portogruaro in un luogo di
particolare suggestione.
Quest’anno notturni di_versi giungerà anche nel Comune di
Fossalta di Portogruaro, nella suggestiva cornice del Cortino del
Castello di Fratta.
Nel corso degli anni hanno partecipato al festival centinaia tra
poeti, musicisti e artisti di diversa provenienza (locali, nazionali
e stranieri), affermati o alle prime esperienze, facendo così di
questa manifestazione un importante luogo di incontro, di scambio e
di confronto e creando anche una rete con altre realtà analoghe.
notturni di_versi è organizzato dall’Associazione Culturale
Porto dei Benandanti di Portogruaro, in collaborazione con il Comune
di Portogruaro (assessorato alla cultura), la Biblioteca Comunale N.
Bettoni e con il coinvolgimento, nel corso degli anni, di altre
importanti realtà del territorio come: Cooperativa sociale Itaca
onlus, Associazione Italiana Tutela Salute Mentale, Centro di Salute
Mentale di Portogruaro, Multimediart, Officine Duende.
Come ogni anno il Porto dei Benandanti propone agli spettatori e ai
partecipanti al festival un tema di riflessione, un sottile filo
rosso che attraversa i vari eventi, senza però divenire troppo
invasivo, e che porterà fino a Voi ch’ascoltate…, l’ormai
tradizionale evento conclusivo, un reading in cui i poeti
partecipanti saranno invitati a “mettere in versi” la crisi.
Il titolo scelto per quest’anno sarà infatti: “In occasione della
crisi, la crisi come occasione”. Il tema può apparire scontato
e, forse, persino banale di questi tempi, ma la decisione di
proporlo nasce proprio dalla convinzione che sia necessario
sottoporre a riflessione, anche attraverso gli strumenti
dell’espressione artistica, un concetto che proprio in questi giorni
rischia di divenire luogo comune, una parola consumata dall’abuso
mediatico ma non sufficientemente meditata nella molteplicità dei
suoi risvolti. La parola crisi è infatti tra le più tentacolari che
esistano nel vocabolario. In greco antico significa un gran numero
di cose tra cui: separazione, scelta, giudizio. Il verbo, krino,
vuol dire anche decidere. In medicina si parla di giorno critico o
di giorni critici; è il momento in cui la malattia si decide: o
precipita nella morte o s’affaccia alla ripresa. È il punto di
passaggio, di svolta. Il termine riapparve nei sommovimenti enormi
del ’700: nella rivoluzione francese, in quella industriale. La vera
crisi, per Burckhardt, non cambia solo i regimi: scompone i
fondamenti della società. Quel che la caratterizza è la
straordinaria accelerazione del tempo.
La crisi è una condanna, ma anche un’occasione che ci trasforma. Nel
Vangelo di Giovanni (5, 24) Gesù la raffigura come temibile: «Chi
ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita
eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla
vita». Nella versione greca, andare incontro al giudizio è
letteralmente «entrare nella krisis», nel processo.
Anche la crisi che attraversiamo oggi è «vera crisi»: momento di
decisione, climax d’un male, e se ne abbiamo coscienza, occasione.
Uscirne è possibile, purché non manchi la diagnosi: secondo Galeno,
i giorni critici sono valutabili solo se l’inizio del male è
definito con precisione.
Gli economisti non bastano a tale scopo, e ancor meno i politici.
Spesso vedono le cose più da vicino i letterati, i filosofi, gli
storici, i teologi, i medici. Se la società è un corpo - dagli
esordi è la tesi dei filosofi - questi sono i suoi giorni critici:
può morire o guarire, mutando forma e maniere d’esistere.
Accanto al tema portante, notturni di_versi continuerà, come
nelle scorse edizioni, a dare particolare importanza alla poesia
dialettale e soprattutto a valorizzare l’uso poetico, e non solo,
della lingua veneta, intesa come strumento di vera comunicazione, di
espressione culturale e veicolo d’incontro con altre lingue ed
identità.
Inoltre all’interno del programma del festival un occhio di riguardo
sarà come sempre riservato ai giovani, sia coinvolgendo giovani
artisti come protagonisti attivi dei vari eventi, sia proponendo
appuntamenti e personaggi particolarmente vicini al mondo giovanile
(Le Luci della Centrale Elettrica, PIF...).
Infine, un altro dei punti di forza della manifestazione continuerà
ad essere il coinvolgimento del mondo della salute mentale
attraverso le collaborazioni con L’AITSAM e il CSM di Portogruaro,
con lo scopo di contribuire alla diffusione della cultura
dell’integrazione sociale.
La crisi come occasione
La parola crisi è tra le più tentacolari che
esistano nel vocabolario: più che una parola, è albero dai rami
incessanti. In greco antico significa un gran numero di cose tra
cui: separazione, scelta, giudizio. Il verbo, krino, vuol dire anche
decidere. In medicina si parla di giorno critico o di giorni critici:
per Ippocrate (e per Galeno nel secondo secolo dC) è l’ora in cui la
malattia si decide: o precipita nella morte o s’affaccia alla
ripresa. È il punto di passaggio, di svolta. Il termine riapparve
nei sommovimenti enormi del ’700: nella rivoluzione francese, in
quella industriale. La vera crisi, per Burckhardt, non cambia solo i
regimi: scompone i fondamenti della società, come avvenne nelle
migrazioni germaniche. Quel che la caratterizza è la straordinaria
accelerazione del tempo: «Il processo mondiale d’un tratto cade in
preda a una terribile rapidità: sviluppi che solitamente mettono
secoli a crescere, passano in mesi e settimane come fantasmi in fuga»
(Jacob Burckhardt, Considerazioni sulla storia universale).
Il concetto di crisi fu evocato con affanno sempre più frequente
dopo il primo conflitto mondiale. Lo storico Reinhart Koselleck la
chiama «cataratta degli eventi» e sottolinea il suo volto ambiguo: è
una condanna, ma anche un’occasione che ci trasforma. Nel Vangelo di
Giovanni (5, 24) Gesù la raffigura come temibile: «Chi ascolta la
mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e
non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita».
Nella versione greca, andare incontro al giudizio è letteralmente «entrare
nella krisis», nel processo. Al tempo stesso crisi è intelletto
all’opera, che redime: «L’uomo che non ha alcuna krisis non è in
grado di giudicare nulla», scrive Johann Heinrich Zedler
nell’Universal-Lexikon del 1737.
Anche la crisi che traversiamo oggi è «vera crisi»: momento di
decisione, climax d’un male, e se ne abbiamo coscienza, occasione.
Uscirne è possibile, purché non manchi la diagnosi: secondo Galeno,
i giorni critici sono valutabili solo se l’inizio del male è
definito con precisione.
Gli economisti non bastano a tale scopo, e ancor meno i politici.
Spesso vedono le cose più da vicino i letterati, i filosofi, gli
storici, i teologi, i medici. Se la società è un corpo - dagli
esordi è la tesi dei filosofi - questi sono i suoi giorni critici:
può morire o guarire, mutando forma e maniere d’esistere.
Pietro Citati individua la radice del male nella passione dei
consumi: frenesia che descrive con parole deliziose, ironiche,
sgomente, evocando la telecamera americana che nel 1952 riprese una
massaia che s’aggirava nel supermercato (Repubblica, 3 dicembre
2008). La camera registra i movimenti delle sue palpebre ed ecco
d’un tratto i battiti crollano davanti agli scaffali, fino a
raggiungere la media di quattordici al minuto, da trentadue che
erano: «Una media subumana, come quella dei pesci; tutte le signore
precipitavano in una forma di trance ipnoide. Molte erano così
ipnotizzate, che a volte incontravano vecchi amici e conoscenti
senza riconoscerli e salutarli». Sono decenni che nuotiamo come
pesci, gli occhi sbarrati, consumando senza fiutare la crisi:
scriteriati. Questo ci ha cambiati profondamente. In America ha
distrutto il risparmio.
Ovunque, politici e responsabili finanziari sbigottiscono davanti
all’incanto spezzato (alla bolla scoppiata). Vorrebbero che la
stoffa di cui è fatto - l’illusione - non si strappasse mai: perché
le campagne elettorali son cucite con quei fili, vivono della
chimera d’un progresso ineluttabile, senza costi. L’America dopo il
Vietnam respingeva le guerre: le voleva «a zero morti». Poi
ricominciò a volerle, ma «a zero tasse». Importante nell’ipnosi è
accaparrare sempre più, anche se mancano i mezzi: l’ipnosi,
restringendo la coscienza, è il contrario della crisi. In America
finanza e politica estera sono «entrate nella crisi» simultaneamente.
Il 7 agosto inizia la guerra georgiana, e pure i ciechi scoprono che
Washington non può alcunché: ha aizzato Saakashvili, ma senza mezzi
per sostenerlo. Esattamente un mese dopo, fra il 7 e il 16 settembre,
scoppia la bolla finanziaria (salvataggio di Fannie Mae e Freddie
Mac, poi bancarotta di Lehman Brothers, poi salvataggio di Aig). Per
decenni si è sentito dire: ci sono compagnie troppo grosse per
fallire. Era menzogna: non erano troppo grandi né Lehman, né
l’impero Usa. Le bolle esistono nella finanza, in politica, nelle
teste. Sono i giorni critici della nostra mente.
La trance ipnoide ha stravolto modi di vivere, di convivere con
l’altro in casa e nel mondo. Ci ha chiusi nella sfiducia. Lo storico
Andrew Bacevich lega tutte queste esperienze, e racconta come
dall’impero della produzione l’America sia passata, ancor prima di
Reagan, all’impero dei consumi (The Limits of Power, Metropolitan
Books 2008). Nel tragitto si son perse (specie in America) nozioni
fondanti: la nozione del debito, che nella nostra cultura non è
senza colpa ed è divenuto un fine positivo in sé, incondizionato. La
nozione della fiducia, senza cui ogni debito degrada. La nozione del
limite. Il Padre nostro dice, in Luca 11, 2-4: «Perdona a noi i
nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore».
In ebraico peccato e debito sono un’unica parola. La poetessa
Margaret Atwood ricorda come il concetto di debito - essenziale nel
romanzo dell’800: Emma Bovary si suicida perché un creditore non
ripagato minaccia di rivelare il suo adulterio - sia oggi vanificato
(Payback: Debt and the Shadow Side of Wealth, Toronto 2008).
Soprattutto in America, le banche spingono all’indebitamento, più
che a prudenza e risparmio. Scrive Zygmunt Bauman che un debitore
che vuol restituire puntualmente (che «pensa al dopo») è sospetto: è
«l’incubo dei prestatori». Non è «di alcuna utilità», perché il
debito riciclato è fonte prima del loro profitto costante.
Ma il debito sconnesso da fiducia non è pungolato solo da banche o
Wall Street. È un ottundersi generale dei cervelli, è l’ebete
pensare positivo che il governante invoca con linguaggio sempre più
pubblicitario, sempre meno politico. Main Street - che poi siamo noi,
cittadini e consumatori - è vittima tutt’altro che innocente di Wall
Street. Come nel Grande Crollo del ’29 descritto da John K.
Galbraith, siamo affetti da una follia seminale (seminal lunacy) che
accomuna potenti e milioni d’impotenti. Per questo è così vacuo il
politico che incita a ricominciare i consumi come se niente fosse.
Il suo dichiarare, i linguisti lo definiscono performativo: basta
dire «la crisi non c’è», e la crisi smette di essere (le
dichiarazioni performative sono predilette da Berlusconi). I
politici sono responsabili, avendo ceduto a un mercato senza regole.
Ora intervengono, ma senza curare la fonte del male. La crisi, cioè
la svolta trasformatrice, è rinviata.
Naturalmente hanno le loro ragioni: il crollo dei consumi farà male.
Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia, ricorda che
comporterà disoccupazione dilatata, ulteriori cadute dei redditi e
del valore delle case, aumento dei debiti, credito scarso. Ma
qualcosa di non negativo può nascerne: un rapporto col debito più
realistico e leale, una fiducia riscoperta, un consumo adattato alle
possibilità (New York Times, 28 novembre).
Crisi vuol dire decidere, a occhi non sbarrati come la massaia del
’52 ma aperti: sul peggio sempre possibile, sulle bugie del pensare
positivo, sulla duplice responsabilità verso la Terra che roviniamo,
e verso i figli cui addossiamo i nostri debiti. Terra e figli sono i
nostri discendenti: ignorarli perché i loro tempi son più lunghi dei
nostri e perché non abiteremo il loro mondo (un mondo con meno
petrolio, meno automobili) è senza dignità e chiude speranze altrui.
Crisi è sottoporsi al giudizio, al processo. È ora che il processo
cominci.
Barbara Spinelli La Stampa 07.12.2008